04/01/2013

Analisi del confronto uomo macchina

di Administrator — Categorie: News — Tag:, , , , , Lascia un commento

A settembre, negli storici locali della Scacchistica Torinese il gsei ha organizzato una sfida uomo-macchina. In quest’articolo prenderemo spunto da tale evento cercando di analizzare il confronto sotto vari aspetti (aiuto/integrazione/ragionamento/punti di forza e debolezze) e punti di vista (scacchistico/psicologico/informatico).

Hanno collaborato alle analisi il dott. Giacomo Bertino (da tempo ottimo maestro internazionale per corrispondenza), il dott. Giuseppe Tarascio (maestro che amministra il sito “Istruttore scacchi” all’url www.istruttorescacchi.it, un blog molto seguito sul web), io (come programmatore di chess engine appartenente al gruppo scacchi e informatica), il dott. Giuseppe Sgrò (psicologo, membro del Gruppo di ricerca in Psicologia dello Sport della Prof.ssa Liliana Bal Filoramo presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino e membro della Commissione Medico-scientifica della Federazione Scacchistica Italiana) e il Dott. Paolo Vaccarino (psicologo, hr senior consultant).
A supportare le analisi delle partite sono stati utilizzati Fritz 13 (ultima versione del programma di punta della chessbase) e Houdini 1.5a x64 (ultima versione freeware del motore di scacchi più forte al mondo). Considerando i vari punti di vista ho diviso l’articolo in vari ambiti, a seconda delle persone che hanno trattato l’argomento.

Non tutti i maestri condividono l’utilizzo di software scacchistici per le analisi; il Maestro Pepino ha evidenziato sul suo libro (coautore con Nicola Vozza di ‘Gli scacchi tra fosforo e silicio‘) quanto sia importante avere un approccio critico alle valutazioni della macchina. Ad esempio dire: “Fritz ha analizzato la posizione e mi ha detto di avere +3, quindi avevo partita vinta” non è un corretto approccio. Il maestro utilizza la macchina quasi esclusivamente per verificare le varianti di apertura usate dai suoi avversari tra un turno ed un’altro dei tornei ai quali partecipa. Il maestro Tarascio ritiene altresì che l’utilizzo dei software, come riferimento di analisi post partita sia una procedura deleteria per una crescita scacchistica creativa. Per dimostrare questa teoria ha realizzato due video in chiave ironica dove spiega il perché della sua posizione. Per lui il concetto stesso di auto allenarsi attraverso il computer è un inutile investimento di tempo. Nella sua analisi, per il miglioramento dei programmi di scacchi propone una collaborazioni più strette tra maestri ed i programmatori. In merito posso dire che alcuni programmatori hanno già provato questa strada, ottenendo dei buoni risultati. Vi invito alla visione dei suoi filmati qui sotto proposti (se il player non viene visualizzato provate ad aggiornare la pagina :-)) e a seguire il suo blog sul web .

Il dott. Sgrò, intervistato ‘a caldo’ dal g6, ha sottolineato l’impossibilità della macchina di ragionare come l’uomo. Molto interessante la riflessione sulle persone profondamente impegnate alla ricerca di un traguardo in maniera assolutizzante. Queste persone, programmatori e non, nella ricerca della perfezione presentano una modalità quasi sacrale nell’affrontare il problema. Nella sua intervista ha ricordato altresì l’esperienza avuta in un’altra sfida uomo-macchina da lui organizzata.

Di seguito riporto il parere del Dott. Paolo Vaccarino legato ad argomenti quali il diverso modo di interpretare la partita e l’utilizzo di supporti meccanici in ambito sportivo. Nel film capolavoro di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio[1], diretto dal regista americano nonché grande appassionato di scacchi nel 1968, assistiamo ad una delle più note partite di scacchi cinematografiche – al pari, senza dubbio, di quella tra il Cavaliere Antonius Block e la Morte ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. La partita si svolge tra l’astronauta Frank Poole ed il supercomputer HAL 9000. La scena comincia a partita ormai iniziata, dopo la 13a mossa.
Si tratta di una partita spagnola, difesa chiusa, variante Worrall, che è stata ricostruita in numerosi siti internet, tra i quali suggerisco http://scacchi.qnet.it/manuale/comp06.htm, dal quale si riporta il diagramma della sfida così come appare nel film, appunto dopo la 13a mossa, con tratto al Bianco, l’astronauta. Nota.LL: Come da accordi, per comodità di lettura riporto l’intera partita:

La partita è ispirata a un vero incontro di scacchi tenutosi ad Amburgo, nel 1910, tra Roesch e Willi Schlage. Un video della scena del film è presente in rete http://www.youtube.com/watch?v=YPuS4roQnoY
La partita, come si sa, finisce con lo scacco matto del Nero, HAL 9000 (si dice che il nome del supercomputer derivi unendo le lettere che precedono IBM), per abbandono da parte dell’astronauta.
Il film, visionario per quegli anni, ha contribuito senza dubbio, al nostro immaginario collettivo ed, in particolare, alla nostra visione della cosiddetta intelligenza artificiale. HAL 9000 è il supercomputer che controlla tutte le funzioni a bordo dell’astronave diretta verso l’ignoto. Nel film sembra esprimere delle vere emozioni umane, sembra dialogare con gli astronauti come se fosse un vero membro dell’equipaggio. Si dice incapace di commettere errori… ma proprio una sua errata analisi di un mal funzionamento dell’antenna principale dell’astronave costringerà l’astronauta superstite (David Bowman interpretato da Keir Dullea) a disattivarlo. Sì perché, quasi provando emozioni umane come la rabbia, la vendetta, … HAL 9000 prima ucciderà gli astronauti ibernati e successivamente anche Frank.

I software scacchistici provano “emozioni” come HAL 9000? Quali differenze ci sono tra giocare con un persone in carne ed ossa ed un computer? A mio parere la partita uomo/uomo è difficilmente paragonabile con quella uomo/macchina in quanto, oltre all’aspetto cognitivo esiste nell’uomo, e quindi in due persone che giocano, un’interazione di emotività, a differenza di un computer che, secondo me, non vive emozioni.

Se, da una parte, il pc guadagna in velocità e precisione, permettendo  lo studio approfondito e l’analisi in tempi ristretti di svariate partite, quindi sì può essere utile a scopo didattico e di analisi, dall’altra giocare con un pc non permette un confronto fra umani, si perde in umanità, con tutti i vantaggi e gli svantaggi in termini emotivi che questo comporta; come è possibile arrabbiarti con un computer o, invece, gioire con il tuo avversario che non vive quello che tu stai vivendo?

Come sostiene Karpov nel volume a cura di Luca Desiata Scacchi e strategie aziendali[2] “I computer hanno modificato alcune delle componenti fondamentali del pensiero strategico. Hanno ad esempio eliminato il fattore psicologico che era e resta fondamentale nel determinare la vittoria in sfide umane di alto livello” (pag. 30). Sempre il campione russo sostiene che il pc ha contribuito a migliorare la conoscenza del gioco, grazie alla possibilità di calcolo e ai database delle partite che permettono un confronto impossibile per una mente umane, ma lo hanno inaridito, riducendone la parte creativa e fantasiosa, tipiche dell’uomo. A questo proposito si potrebbe ipotizzare di giocare contro un computer utilizzando però logiche diverse da quelle per le quali è programmato, ad esempio giocando mosse controintuitive e fantasiose.
Un altra differenze tra uomo e macchina è la capacità di cogliere un senso nelle azioni e nelle mosse di un partita, andando oltre e al di là di una pura e doverosa analisi contingente; come in altri campi dell’umana attività, pensiamo ad esempio alla musica che ha stretti legami con la matematica, come gli scacchi d’altronde, sono spesso gli scostamenti dall’ordinario a far produrre un cambiamento, una novità rispetto all’abitudine… un’apparente “errore” nelle regole compositive o una variante inaspettata in un’apertura.
Abbiamo reso omaggio nel trascorso 2012, in cui si è celebrato il centenario della nascita, ad un grande matematico britannico, Alan Mathison Turing, non a caso appassionato di scacchi e autore del primo programma scacchistico. Il suo test per verificare se un certo comportamento intelligente è umano oppure artificiale può essere senza dubbio preso come spunto per una discussione che riguarda la possibilità o meno che i software scacchistici “pensino”. Ricordiamo che il Test di Turing fu poi criticato e modificato dal filosofo americano John Rogers Searle nella variante della Stanza cinese che può essere ben trasposta alla logica scacchistica.
I programmi scacchistici possono essere semplicemente ridotti a compilatori di simboli, l’annotazione scacchistica appunto, integrati nell’analisi di una serie di partite e inseriti in complessi alberi decisionali per realizzare la mossa migliore. A mio parere, come l’ipotetico interprete di Searle manipola simboli senza capirne il senso, allo stesso modo un software scacchistico ha senza dubbio svariati vantaggi (come dicevo prima, velocità e ampiezza di analisi) ma ha dei limiti proprio nel decifrare un senso, un’intenzionalità nelle mosse, qualità tipicamente umane… senso ed intenzionalità che significano anche fantasia, creatività, … Per quanto riguarda la seconda domanda, l’ideale nello sport, e quindi anche negli scacchi, sarebbe quello che si combatta ad armi pari… La partecipazione di Oscar Blade Runner Pistorius alle Olimpiadi di Londra ha, senza dubbio, rappresentato un evento molto importante e sono tra coloro che hanno molto gioito per la sfortunata avventura di Pistorius: ricordiamo, infatti, che la sua gara sui 400 metri si è interrotta alla semifinale[3] mentre nella staffetta 4 x 400 m la squadra sudafricana di cui faceva parte è purtroppo arrivata ultima[4]. Ad onor del vero occorre ricordare che Pistorius aveva vinto in precedenza nel 2012 l’argento ai Campionati Africani di Atletica nei 400 metri e nella staffetta 4 x 400 metri.

Questo episodio ci è utile per condurci ad una riflessione che mi sento di poter condividere, anche sotto forma di spunti lasciati al confronto tra tutti i lettori di questo articolo. Ebbene… Utilizzare protesi per il corpo, lecite!! per carità – non dimentichiamo che proprio la partecipazione di Pistorius ha sollevato un ampio dibattito con posizioni opposte anche nello stesso ambito sportivo tra le quali quella del torinese vincitore di Roma 1960 Livio Berruti che ha definito l’impiego delle protesi da parte del campione sudafricano “doping tecnologico”[5] – e utilizzare protesi illecite per la mente e anche per il corpo, come ad esempio il doping, hanno entrambe, pur partendo da due situazioni, ripeto, opposte, una legale e l’altra no, delle conseguenze sul nostro approccio allo sport e sul superamento dei limiti. La stessa posizione di Berruti sta a dimostrare che lo stesso sport è diviso! Sarebbe interessante poter chiedere a Pistorius quanto influiscano le protesi ad alta tecnologia sulla sua percezione di sé, ed in particolare sulla sua immagine corporea… sappiamo infatti che le persone amputate sperimentano la cosiddetta sindrome dell’arto fantasma, la sensazione di persistenza dell’arto anche a seguito dell’operazione. Quanto l’atleta si sente tutt’uno con le proprie protesi? Come le percepisce, estranee a sé o parti di sé? Questo è molto importante per valutare l’impatto che esse hanno sulla sua prestazione come sportivo… Se, infatti, un supporto tecnologico viene vissuto come integrato nel proprio schema corporeo ritengo sia più difficile percepirlo come “artificiale” e quindi, estremizzando, come illecito. Diverso, a mio parere, l’uso di sostanze di per sé proibite, il doping appunto, nel qual caso è difficile ipotizzare un prolungamento artificiale delle proprie capacità. Lo sport ha, comunque, nel suo dna il superamento dei limiti, Citius, Altius, Fortius non è forse il motto olimpico? Ora la tecnologia di costringe a mettere in discussione lo stesso concetto di limite… ricordiamo tutti i costumi ipertecnologici dei nuotatori che hanno frantumato ogni precedente record, con il dibattito conseguente se omologare o no i tempi… E’ ancora sport quello dove l’uomo si fa aiutare dalla tecnologia?

Fonti e riferimenti:


[1]         2001: Odissea nello spazio Regia di Stanley Kubrick. Con Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester, Daniel Richter, Leonard Rossiter. Titolo originale 2001: A Space Odyssey. Fantascienza. Durata 160′ min. USA, Gran Bretagna, 1968
[2]         Scacchi e strategie aziendali, Luca Desiata con la collaborazione di Rocco Sabelli e Anatolij Karpov, Editore Ulrico Hoepli, Milano, 2013
Dal basso della mia seconda categoria nazionale mi permetto di fare i seguenti ragionamenti: Scacchisticamente sono nato e cresciuto confrontandomi sia con l’essere umano che con la macchina. Parallelamente alla partecipazione a vari tornei utilizzavo una scacchierina elettronica portatile e un tomone spaventoso contenente tutte le aperture esistenti spiegate dall’ormai defunto Porreca. Attualmente non so stimare quanto l’utilizzo del mezzo elettronico e di quello cartaceo mi hanno limitato/aiutato nella mia crescita. La certezza è che non rimpiango nessuna di quelle ore dedicate agli scacchi perchè mi hanno divertito. Il confronto umano è quello più stimolante, perché più ricco di elementi che solo l’uomo può esprimere. Ma quella scacchierina, con quei pioli maledetti che quasi ti bucavano le dita per come erano costruiti, mi ha fatto divertire; match a vari livelli ne avrò fatti un’infinità. Era divertente, ma potrebbe non esserlo per tutti; può piacere come non può piacere, questione di gusti. Avete mai giocato a poker? Dal classico a 5 carte a tutte le varianti americane e non, sfido chiunque a carpire un tell da un confronto contro una serie di bot computerizzati.
Questo però non significa che la macchina è inutile come strumento di apprendimento. Quei bot rispondono basandosi soprattutto sul calcolo delle probabilità, odds, out, scelta dell’ammontare dell’investimento ecc… un approccio scientificamente ineccepibile. Se si vuol migliorare occorre lavorare sia sui tell che sul calcolo delle probabilità; sia con il confronto umano che con quello della macchina. La macchina, non potrà mai darci delle informazioni su come affrontare un all-in se non calcolando soltanto le probabilità di vittoria/sconfitta. La lettura dei tell è il limite della macchina; il calcolo è la sua forza. Secondo me l’aiuto che un programma di scacchi può dare allo scacchista (nel gioco ‘a tavolino’) può essere a vari livelli:

  • – un supporto con le ultime novità sulle varianti di apertura o per sapere quali varianti gioca preferibilmente l’avversario di turno
  • – un avversario sempre disponibile
  • – un… ‘robo’ 😉  che evidenzia subito errori tattici in fase di analisi post partita.

Questo utilizzo del computer, secondo me può migliorare le prestazioni scacchistiche a patto di non accettare passivamente le informazioni dalla macchina, ma cercare di tradurre l’informazione numerica in informazione scacchistica (può essere utile seguire la terza parte dell’intervista al maestro Pepino su http://www.g-sei.org/intervista-al-maestro-enrico-pepino/). Non spegnere mai il cervello! Come programmatore penso di potere affermare quanto segue: Si sono fatti molti sforzi nella computer chess per concepire un giocatore artificiale con una tipologia di gioco paragonabile a quella umana; per non uscire al di fuori del confine italiano, Vitruvius, Delfi, ma anche il mio piccolo Neurone ne sono degli esempi. Edelman (premio nobel per la medicina e autori di diversi libri/trattati sulla materia della mente) scrive “L’analogia tra mente e calcolatore cade in difetto per molte ragioni.
Il cervello si forma secondo principi che ne garantiscono la varietà e anche la degenerazione; a differenza di un calcolatore non ha una memoria replicativa; ha una storia ed è guidato dai valori; forma categorie in base a criteri interni e a vincoli che agiscono su molte scale diverse, non mediante un programma costruito secondo una sintassi.
” Significa che per quanto ci sforziamo non riusciremo mai a rendere il gioco del computer uguale a quello umano perchè certi aspetti non sono replicabili attraverso una sintassi (algoritmi di programmazione). Ma allora perchè sforzarsi con l’intelligenza artificiale? Perchè Stefano Gemma prova ad implementare algoritmi genetici nel suo programma? Perchè mi arrovello per implementare il machine learning su Neurone? Perchè vogliamo fare qualcosa di speciale, perché ci divertiamo in questa ricerca, perché vogliamo volare; credere che sia possibile.

Strategicamente penso che l’essere umano sia superiore alla macchina; la sua visione di gioco è più profonda e nel finale dovrebbe riuscire a sfruttare eventuali errori posizionali precedenti del computer. L’irriproducibilità informatica non tanto della cosiddetta profilassi, quanto delle idee dietro le aperture e della concezione di un piano a medio-lungo termine rappresenta attualmente il limite strategico della macchina. Personalmente nel mio chess engine non credo che andrò molto oltre la scelta di un particolare tipo di varianti di apertura in base alla cadenza di gioco e al tipo di avversario, quindi almeno io, mi ritengo molto lontano dall’abbattere questo muro. Da un punto di vista puramente posizionale non credo che la valutazione delle posizioni nei programmi di scacchi possa essere più raffinata di quella attuale, se non ad un costo troppo rilevante in termini di velocità. Tuttavia la velocità di elaborazione sempre maggiore unita al perfezionamento continuo degli algoritmi usati, sta portando a profondità di calcolo sempre maggiori e questo,  contribuisce a ridurre questo gap. Faccio un semplice esempio:

Tatticamente la macchina mi sembrerebbe superiore all’uomo; i chess engines, per poter attribuire un valore (numerico) alla posizione in essere creano internamente un albero di posizioni a partire da quella in esame in maniera ricorsiva o iterativa (la più usata). I valori delle posizioni calcolate nei nodi foglia vengono ‘riportati’ alla radice attraverso il minimax, che si occupa di scegliere quella con la valutazione migliore. Al contrario di quanto si possa pensare, non sempre i chess engines riescono a valutare tutte le combinazioni possibili a partire da una data posizione. L’effetto orizzonte infatti impedisce ad andare oltre un determinato range. Per ovviare a questa limitazione più o meno marcata (a seconda di come è stato creato il programma) si ricorre a tecniche quali quiescence search (detta comunemente quiescenza) o static exchange evaluation (see). Questi algoritmi hanno il compito di aggiungere un valore legato essenzialmente ai tatticismi alla valutazione del nodo foglia. La valutazione del nodo foglia a quel punto quindi sarà la sommatoria tra valutazione esaustiva legata ad aspetti quali materiale e posizione dei pezzi del nodo in esame più la valutazione incompleta dell’algoritmo usato per i tatticismi. Incompleta perché riporta uno score legato alla sola differenza tra i pezzi persi e quelli guadagnati. In sintesi la macchina intercetta un tatticismo se rientra nel suo orizzonte o attraverso la normale ricerca oppure con l’ausilio di queste tecniche (per brevità non parlo delle estensioni). Ad esempio, nella seguente posizione Neurone, a depth 3 senza ausilio dell’see  (in Neurone tale algoritmo è leggermente diverso dagli standard ma può essere usato allo scopo) catturerebbe l’alfiere. Sempre alla stessa profondità ma utilizzando l’see, scarta la cattura perché penalizzata dal valore restituito e opta per la spinta di pedone.

Questi algoritmi, nella loro forma più essenziale, sono quindi spesso responsabili dell’analisi esclusivamente tattica dei programmi di scacchi. Effettuando solo questo compito e non implementando altri calcoli legati a test o analisi più o meno profonde sono velocissimi nei loro loop. Generalmente, i programmatori, per il calcolo dei nodi al secondo, non prendono nemmeno in considerazione le iterazioni generate in questo modo, altrimenti i nodi al secondo aumenterebbero a dismisura e non sarebbero attendibili per quel che riguarda la reale forza elaborativa. Semplificando è come una supercalcolatrice che verifica se, per ogni nodo esiste un margine di errore legato ad una svista tattica.

Domanda: l’essere umano è più veloce di una calcolatrice? Certamente no, è impensabile riuscire a elaborare i tatticismi con la stessa velocità. Per completezza si consideri che la quiescenza o l’see non sono  implementate in tutti i motori e in tutti non è detto che siano implementate con le stesse logiche. In più ci sono differenze notevoli sulla profondità di ricerca tra un engine ed un’altro. Se poi aggiungiamo che alcuni chess engines mascherano la linea di analisi visualizzata allora è facile capire capire che non tutti gli engine sono costruiti/rispondono allo stesso modo, non tutti fanno della tattica la loro arma migliore e non tutti sono rendono chiara la loro reale forza combinativa. In generale un engine che riesce a raggiungere un’elevato numero di ply spesso riesce a ‘vedere’ tatticismi e cerca di sfruttarli/evitarli già solo con la ricerca ma per esserne certi bisogna capire quantomeno che algoritmi ha implementato, come e qual’è la profondità media di ricerca nelle varie cadenze. Un’altro modo per verificare la forza tattica di un programma potrebbe essere  l’utilizzo di test-suite, ossia metter di fronte al programma una serie di posizioni e verificarne i risultati. Per avere un paragone sarebbe interessante far effettuare gli stessi set di posizioni ad un essere umano dando lo stesso tempo a disposizione della macchina.

Premesso questo bisogna considerare anche che il computer è una macchina che non conosce la motivazione, né risente di contraccolpi psicologici legati ai suoi risultati; non conosce stress, stanchezza o paure di alcun genere. Nella scelta tra una variante ed un’altra non prende in considerazione la complessità delle posizioni elaborate. In posizioni aperte, è possibile che tante combinazioni tattiche alimentino nell’essere umano paure, ansie o altri fattori caratteriali e di conseguenza ne diminuiscano l’obiettività del giudizio, necessaria per effettuare la mossa corretta. Tatticamente quindi la macchina è più portata ad eseguire la mossa corretta anche perché più obiettiva dell’essere umano. Un’altro concetto da approfondire potrebbe essere la forza bruta (dopodiché mi fermo perché altrimenti esco fuori tema). Quando si crea un chess engine di solito non si implementano da subito tutti gli algoritmi spesso necessari per ottenere migliori performances, di conseguenza non si va molto oltre il minimax. Tale scheletro, per la selezione della migliore mossa utilizzerebbe un sistema detto ‘forza bruta’. L’algoritmo ‘forza bruta’ o meglio la selezione della mossa migliore attraverso il cosiddetto ‘brute force’, si basa sulla scelta tra TUTTE le mosse e contromosse possibili. Il limite per questo tipo di approccio è l’effetto orizzonte molto accentuato, accennato prima. Il vantaggio è invece la sicurezza di non aver ‘tralasciato nulla’, almeno fino al depth dei nodi foglia dell’albero creato. Questo tipo di approccio è stato ormai superato da tempo in luogo del più performante ‘approccio selettivo’. Tale seconda metodologia utilizza algoritmi che, potando l’albero di mosse generato, ne analizza solo i rami più interessanti. Il risparmio in termini di tempo viene investito per aumentare la profondità di analisi. Il risultato è che si ottengono molti ply in più e la performance aumenta sensibilmente. Esistono vari algoritmi di taglio, alcuni (es. null move, futility pruning, Late Move Reductions) possono però comportare dei tagli a rami potenzialmente promettenti. La regolazione anche leggermente imperfetta di tali algoritmi all’interno di un chess engine può portare alla sconfitta contro altri chess engine che analizzano a profondità inferiori. Sta al programmatore riuscire a trovare l’equilibrio migliore tra rischio di tagli compromettenti/vantaggio di una maggiore profondità di analisi e sicurezza data da tagli corretti/minore profondità di analisi.
Tutto questo passa per giorni e giorni di test e verifiche. La tenacia di non mollare penso sia la chiave per ottenere la migliore performance.

A questo punto apro e chiudo una parentesi ponendomi una domanda:  “Considerando che i programmi di scacchi non utilizzano la forza bruta, ma scelgono le mosse scartando quelle estremamente deboli e selezionando la migliore delle rimanenti, possiamo ancora chiamarli ‘stupidi’? “.  Se la stupidità parte dal concetto che la macchina ‘non è in grado di capire‘, allora il termine stupido è fuori luogo, se invece è un riferimento, ossia un termine di paragone con l’intelligenza umana, allora è proprio il paragone che non andrebbe fatto. L’intelligenza umana elabora in modalità diverse dalla macchina, come spiegato bene nell’ambito psicologico, siamo su piani diversi. La ricerca della migliore performance, da parte dei programmatori nei chess engines è paragonabile al vecchio approccio della costruzione di vetture di formula 1. In passato venivano costruite macchine che andavano fortissimo sulla maggior parte dei circuiti, mentre nei restanti in qualche modo cercavano di ‘limitare i danni’. Allo stesso modo è impensabile costruire un chess engine che possa essere il fortissimo sia strategicamente che tatticamente. Di conseguenza è probabile che si trovi sempre una critica nel suo ‘metro di giudizio’. Ritengo però che se l’obiettivo è la vittoria e se la macchina è più forte dell’uomo, il lavoro dei programmatori, criticato/criticabile o meno, ha raggiunto il suo scopo.

Non tutti i chess engines sono comunque più ‘forti’ dell’uomo (ovviamente è valido anche il contrario), e questo rende possibile sfide e confronti a vari livelli. La sfida di settembre infatti è stata creata in modo da essere più equilibrata possibile tra i valori in campo e nel contempo avere una ampia scala di valori (dalla prima nazionale al maestro internazionale). Le analisi hanno evidenziato che l’essere umano, nello specifico Davi Alessandro, Enrico Pepino, Folco Castaldo, Stefano Yao e Tiziana Barbiso hanno interpretato le partite sempre con l’obiettivo della vittoria, ripiegando sulla patta quando non era proprio possibile ottenere niente di meglio. Purtroppo la grande voglia di vincere, evinta anche dal Dott. Tarascio, ha portato in alcuni casi a sopravvalutare la posizione e a finire per perdere l’intero punto. A tal proposito vorrei evidenziare una risposta del maestro Pepino, quando nel corso delle analisi post partita ho chiesto “Ma… perché non rassegnarsi alla patta?” ed ho ottenuto “Io gioco per vincere”. L’essere umano potrà anche perdere contro la macchina, ma mi basta quest’affermazione per tifare per lui. Al di là del risultato, questo atteggiamento ha permesso di assistere a delle belle e avvincenti partite mostrando limiti e peculiarità di entrambe le fazioni. Di seguito tutte le partite commentate.

  • Castaldo – Chexa analizzate da Giacomo Bertino, Fritz 13 e Houdini 1.5a x64
  • Uragano 3D – Davi analizzata da Tarascio Giuseppe
  • Pepino – Uragano 3D  analizzata da Tarascio Giuseppe
  • Barbiso – ProChess  analizzate da Fritz 13 e Houdini 1.5a x64
  • Yao – Neurone analizzate da Luca Lissandrello, Fritz 13 e Houdini 1.5a x64

Il futuro? Qualcuno lo vede così “http://punto-informatico.it/2192696/PI/News/kurzweil-uomo-macchina-nascera-nel-2029.aspx“, altri lo vedono così “http://www.nextme.it/tecnologia/robotica/1521-computer-emozionale-il-futuro-dellinterazione-uomo-macchina“… vedremo.
Tirare le somme non è semplice; non mi ritengo un tuttologo e di conseguenza lascio al lettore interpretare la migliore chiave di lettura del confronto. Alla fine alcuni trarranno:  “Possiamo parlarne quanto vogliamo, ma le macchine hanno dimostrato che sono migliori”, mentre altri saranno del parere “Gli uomini hanno dimostrato che il confronto è aperto e che per la macchina è impossibile raggiungere certe vette.”… ecc… Penso che l’importante sia aver provato a dare la possibilità alle persone di potersi fare un’opinione.


Piccolo spunto di riflessione: Quest’articolo è stato realizzato con la collaborazione di tutti (che ringrazio e che spero in futuro di poter ricambiare), da solo non sarei stato certamente in grado di mettere in luce i vari aspetti del confronto.

Lascia un commento

© 2018 G 6 Tutti i diritti riservati - Buon divertimento!

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi